Turchia, elezioni amministrative tra violenze e scontri

Erdogan vince di misura le elezioni amministrative in una giornata elettorale tesissima. Almeno 8 i morti e decine i feriti in diverse regione della Turchia. In Kurdistan si afferma ovunque il Bdp.

Le elezioni amministrative turche si sono svolte in un clima tesissimo a cui ha contribuito la campagna di Erdogan contro i social media (colpevoli di essere strumento di diffusione di scandali ed intercettazioni all’ombra della corte del premier) e contro tutti i suoi nemici interni ed esterni; dalle dichiarazioni belliche contro la Siria con annessa militarizzazione del confine, alla repressione dei movimenti sociali, tutta la campagna elettorale del primo ministro è stata contrassegnata da un flettere i muscoli cercando nemici contro cui scagliarsi. Fino alla faida contro l’ex alleato Gulen, potentissimo predicatore islamico rifugiatosi negli U.S.A. e che ha provato ad ostacolare la vittoria dell’Akp con ogni mezzo necessario (e che sempre con ogni strumento anche giudiziario è stato da Erdogan attaccato) arrivando, il ricco religioso ad improbabili sponde con i kamalisti laici del Chp ed i nazionalisti dell’Mhp.

La giornata elettorale di ieri lascia sul campo 8 morti, decine di feriti ed accuse di brogli e manipolazioni nei confronti del partito vincitore. Ad Ankara Goken, candidato dell’Akp che i primi risultati davano nettamente in testa, ha strappato il governo della capitale al kemalista Yavas vincendo per pochi voti in un clima di violenza ed accuse di brogli. Lo spoglio nella capitale è stato accompagnato per ore e fino a tarda notte da scontri.

Anche ad Istanbul vince, senza sfondare ed in forte flessione rispetto alle elezioni politiche pre Gezi, il candidato dell’Akp. I kemalisti conquistano tra le grandi città sono Smirne, mentre avanzano complessivamente in tutta la Turchia continentale gli ultranazionalisti dell’MHP.

Elevata, come sempre, l’affluenza elettorale in Kurdistan nonostante le mille difficoltà’ a cui sono sottoposti i curdi per potersi recare alle urne: partiti periodicamente messi fuorilegge, (come l’ ex filocurdo Dtp accusato di terrorismo), intimidazioni ai seggi registrate anche nella giornata di ieri e decine di migliaia di curdi che non possono scegliere il proprio governo: a sfollati, esodati, attivisti renitenti alla leva, a chi è colpito dalla repressione, il diritto di voto si aggiunge ai tanti negati.

Il Bdp, (pace e democrazia) partito fılocurdo nato nel 2009 dalle ceneri del Dtp è il vincitore delle elezioni nell’interna regione del Kurdistan turco conquistando o riconquistando la maggior parte delle città, tra cui, col 57% dei consensi, Dijarbakir città capoluogo.

Molto elevati i consensi proprio lì dove la pressione nei confronti della comunita’ curda e’ maggiore. Come a Nusaybin, citta’ al confine con la Siria e resa tristemente famosa dal muro costruito dalla Turchia nel novembre del 2013. Muro che ha violentemente separato le due citta’ gemelle di Nusaybin e di Qamishlo, in terra siriana.

Qui Ayse Gokkan quasi dimenticandosi che oggi è il suo ultimo giorno da sindaco della città di frontiera, continua a ricevere visite nella caffetteria gestita da una cooperativa di donne ed a scagliarsi contro il muro della vergogna: una recinzione innalzata, protetta, minata e controllata dall’esercito turco per impedire il passaggio di rifugiati in fuga dalla guerra di Siria e per troncare la comunicazione tra i curdi residenti in Turchia e quelli, a poche decine di metri di distanza, della regione autonoma di Rojava, territorio del Kurdistan siriano resosi indipendente nel novembre del 2013 e da allora sotto continuo attacco dei jihadisti. Ankara non solo impedisce con il muro una via di fuga dalla guerra, ma vede come fumo nella occhi un ulteriore spazio autonomo curdo nella regione. Erdogan, sebbene in ottimi rapporti commerciale con la ricca regione autonoma del Kurdistan iracheno, sa’ che il consolidarsi di un territorio curdo autonomo in Siria darebbe maggior forza anche alle ragioni dei curdi abitant
i nello stato turco. In questo contesto il muro appare nella sua disumanità, ma anche nel suo cinico calcolo politico.

Altrove, rispetto alla tornata elettorale, si collocano gli attivisti di Gezi Park alla ricerca di pratiche politiche che sedimentino nella quotidianità ciò che è stato sprigionato, la primavera scorsa, nelle lotte attorno a piazza Taksim. Occupano spazi sociali, per esempio e come in altre metropoli d’Europa, pratica forse inimmaginabile prima della tempesta di Gezi. Spazi come il Don Kishotte, nato sulla riva asiatica della città, o lo studentato occupato Belkin Elvan a Besiktas, quartiere della famosa tifoseria del Carsi.

Esperimenti politici che pongono la sfida della trasformazione radicale delle città e non sincronici con il tempo delle elezioni.

di Flippo N. Ass. Ya Basta – Delegazione Italiana ad Amed

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