I feriti delle Ypg: “Vendicheremo i morti di Bruxelles”

Un allarme suona nell’ospedale: è il segnale d’emergenza, stanno arrivando dei feriti. In un istante decine di persone saltano in piedi e iniziano a correre in tutte le direzioni. Sul piazzale antistante la struttura, un furgoncino bianco. Dei corpi vengono scaricati, gli infermieri si affrettano a caricare i più gravi sulle barelle e accompagnano altri lungo il corridoio a piedi. I primi due feriti sono in gravi condizioni, entrambi giacciono privi di sensi, sui volti impresse smorfie di dolore; il terzo ha un piede deformato, è accompagnato a spalle da due infermieri, subito dietro le barelle; il quarto e il quinto non possono poggiare entrambi piedi, e saltano su quelli utilizzabili, perché non sono rimasti infermieri per aiutarli. Uno di loro grida, tenendo la mano su un fianco. Non è Bruxelles, ma Hassake, nord-est della Siria: un luogo dove quella di Bruxelles appare una strage tra le tante, soltanto più lontana. In quest’area lo stato islamico fa esplodere bombe tutti i giorni. L’ospedale delle Ypg, le unità di protezione popolare che combattono l’Is, accoglie in continuazione i feriti assieme ad altre tre strutture della zona.

Qui combattono e muoiono le avanguardie benefiche della guerra globale. Gli ultimi cinque feriti arrivano da Shaddadi, ultimo centro strappato dalle Ypg allo stato islamico. Perlustravano un quartiere da poco liberato quando, entrati in una casa disabitata, sono incappati in una delle tante mine che Daesh lascia prima di ritirarsi. La provincia di Hassake è il confine tra Rojava e stato islamico: un confine fluido e poroso, come ovunque in questa guerra non convenzionale, dove l’avversario non è un soldato regolare, ma un nemico politico. Le Forze Siriane Democratiche (Sdf) guidate dalle Ypg hanno condotto una battaglia durissima, tra il marzo e l’agosto scorsi, per liberare quest’area, ma al suo interno operano tuttora gruppi dell’Is. Impegnano le Ypg in scontri a fuoco nelle piane desertiche attorno alla città, in alcuni villaggi, sulla catena montuosa poco distante; e ad Hassake stessa «ci sono ancora nemici tra la popolazione araba – ci ha spiegato Shiar, del media center, prima di partire – e cellule dell’Is ancora non identificate”.

Il 90% dei feriti dell’ospedale ha sofferto di esplosioni causate da trappole esplosive, o da attacchi suicidi all’interno di villaggi e città. La resistenza dell’Is è particolarmente tenace, in quest’area, perché la sua liberazione completa avrebbe come conseguenza l’approssimarsi della sua fine come entità territoriale unitaria: dopo la caduta di Singal a novembre e quella di Shaddadi a febbraio, le comunicazioni tra Raqqa e Mosul – da alcuni giorni sotto attacco – sono ridotte al minimo: i miliziani possono viaggiare soltanto attraverso Falluja e Ramadi, a loro volta pressate dall’esercito di Baghdad. Per questo tentano continue controffensive in questa cruciale area, al confine tra Siria e Iraq, pochi chilometri sopra il letto dell’Eufrate. Qui centinaia di giovani curdi e arabi perdono le gambe, le braccia, gli occhi o la vita per combattere chi pianifica gli attacchi che anche noi subiamo in Europa.

Shevger (“Colui che cammina di notte”) ha 22 anni. Walat (“Patria”) ne ha 20. Condividono la stessa stanza e sono entrambi curdi. Walat è di Hassaka, ha il volto deformato in modo mostruoso da un’esplosione. Non riesce a parlare bene perché ad ogni minimo movimento le sue labbra si possono spaccare. Riesce a dire che combatte da due anni e ha deciso di unirsi alle Ypg «per combattere l’Is e risolvere tutti i problemi del popolo curdo». Shevger viene da Terbespiye, è il comandante del suo Tabor, l’unità di combattimento. Ha entrambe le braccia ingessate e ferite sul volto. Ride quasi istericamente, in continuazione. Sono entrambi rimasti vittima di un’autobomba. Credi che la rivoluzione in Rojava vincerà? «Ha già vinto». Shevger, dicono i medici, ne avrà ancora per dieci giorni; poi, dice lui stesso, tornerà al fronte. Chiediamo a Walat se ha la stessa idea: «certamente», risponde. Quando li fotografiamo – con difficoltà Shevger aiuta Walat ad alzarsi, perché vogliono essere fotografati assieme – mostrano le dita alzate in segno di vittoria.

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Sempre da Hassake, nel cantone di Cizre in Rojava, un aggiornamento sulla situazione in Siria con il nostro corrispondente:

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Sempre da Hassake, nel cantone di Cizre in Rojava, un aggiornamento sulla situazione in Siria con il nostro corrispondente:

In un’altra stanza c’è Adnan, originario di Hassake, ma arabo. È magrissimo e molto debole, perché da giorni non può mangiare né bere, avendo subito un’operazione al ventre; oltre al torace bendato e fasciato, porta una vistosa strumentazione metallica lungo la gamba sinistra. Fino a un anno fa combatteva con l’esercito di Assad, ed era di stanza nella regione di Homs. Quando le Sdf hanno lanciato l’offensiva ad Hassaka contro l’Is, il governo ne ha approfittato e ha mandato truppe nell’area, sperando di guadagnare territorio. Tra questi c’era Adnan, rimasto impegnato in un difficile combattimento a Tell Brak; il suo gruppo ha chiesto elicotteri in soccorso, ma la risposta è stata: “Non state combattendo, state giocando: datevi da fare, o vi chiederemo di pagare il biglietto per lo spettacolo”. È stato allora che ha approfittato della vicinanza delle Ypg, che combattevano a pochi chilometri, per disertare. “Conoscevo già le Ypg, sapevo che lottano per tutto il popolo, non soltanto per i curdi. Mio fratello già combatteva con loro da tempo ma, trovandomi io a Homs, ero finito nella coscrizione obbligatoria”.

Shevger combatte da otto anni per il movimento curdo, la sua prima battaglia è stata a Diyarbakir, nel Kurdistan turco. E’ stato ricoverato per le ferite riportate al fronte già quindici volte. «Arriverò a venti», scherza in modo angosciante. Gli chiediamo cosa pensa di Bruxelles. Non date per scontato che sappia cos’è successo, avvisa Jijan, il traduttore; “Bruxelles non è il centro del mondo”. Shevger, però, ha sentito degli attentati: «Non credete che Daesh abbia agito da solo a Bruxelles: c’è senz’altro la Turchia dietro questi attacchi»; poi aggiunge: «Noi vendicheremo le persone morte a Bruxelles». Per lui, dice, non c’è particolare differenza tra combattere Daesh o altri nemici: sempre nemici sono, e hanno tutti gli stessi obiettivi. Adnan tiene a lanciare un monito agli europei: «Lo stato islamico vuole distruggere il mondo. Chiedo a tutte le persone di Bruxelles di ribellarsi. Non permettete che il vostro paese sia messo in vendita, tenete l’Is lontano da voi».

Ha una famiglia numerosa: cinque fratelli e sei sorelle. Quando è stato ferito, qualche settimana fa, suo fratello si è convinto fosse morto. L’ha detto alla famiglia immediatamente ma, dopo qualche giorno, i genitori hanno sentito la voce di Adnan al telefono. «Per loro è stata una gioia inaspettata; è stato come avere un nuovo figlio». Gli chiediamo perché, secondo lui, la Siria è finita in questa situazione. «E’ tutta colpa del regime. Il paese era finito sotto pressione, abbiamo dovuto scendere in strada a manifestare, abbiamo dovuto rivoltarci contro il governo. La situazione non era sopportabile, la gente non aveva di che mangiare». Chiediamo ai medici se viene fornita anche assistenza psicologica ai feriti. «Non abbiamo mezzi, non ci sono soldi, mancano i macchinari e le siringhe, persino antibiotici e antidolorifici. Non possiamo permetterci assistenza psicologica; ma posso garantirvi che queste persone superano la degenza più forti di prima, e sono impazienti di tornare a combattere».

Poco distante dall’ospedale, le Ypg hanno allestito una struttura per convalescenti. Un cortile luminoso e gradevole è circondato da tante piccole casette bianche. Decine di ragazze e ragazzi bendati, ingessati o fasciati siedono sulle panchine e bevono il té assieme, ridendo e scherzando. Una compagna spiega le attività della struttura: relax, socialità e seminari politici, per rafforzare la consapevolezza collettiva o, come la chiamano qui, «l’ideologia». Anche lei ha la sua opinione sugli attacchi di Bruxelles: «Questa guerra in medio oriente sta travalicando i confini, si irradia oggi in tutto il mondo». Dietro alle mosse di Daesh, dice anche lei, c’è lo zampino della Turchia. In generale, secondo i militanti curdi il ruolo che la Turchia esercita in questa guerra è molto più esteso di quanto in Europa non si pensi, e maggiore è la sua ambiguità politica di quel che si crede da noi.

«La Turchia ha un doppio volto: da un lato, Davutoglu va a Bruxelles facendo la parte del benefattore; dall’altro, supporta i gruppi radicali in Siria. Gli organi d’informazione hanno una grande responsabilità nel rendere evidente questo doppio gioco». Soltanto con un’informazione migliore, anche riguardo a ciò che accade nel Kurdistan turco – aggiunge la compagna – le cose potranno cambiare. Ci racconta di come qui, da Hassaka e dai villaggi vicini, in tanti passino a fare visita ai feriti, in segno di rispetto. «Anche persone che non condividono le idee del nostro partito vengono a dimostrare gratitudine, perché tutti riconoscono il sacrificio di chi combatte». L’Europa è davvero lontana: i mezzi d’informazione scavano ogni giorno quel solco che impedisce a milioni di europei di pensare a questi ragazzi con la stessa gratitudine e lo stesso rispetto di chi ne conosce gli sforzi per esperienza diretta. Questo solco tiene lontane le popolazioni colpite dai lutti, ma non le bombe dei comuni nemici. È un solco che qualcuno ha avuto interesse a scavare, e che in tanti abbiamo interesse a riempire.

Dall’inviato di Radio Onda d’Urto e Infoaut a Hassake, Rojava
infoaut