Blitz alla Rai: “stop al genocidio in kurdistan” Sabato 13 Febbraio 2016 18:30 stefano maulicino

Firenze – Stamattina blitz a sorpresa di una delegazione della Comunità Kurda Toscana presso la sede regionale della Rai, per denunciare il muro di silenzio innalzato dai media italiani sui massacri compiuti dall’esercito turco nelle regioni a maggioranza Kurda. Un vero e proprio genocidio, perpetrato alle porte dell’Unione Europea con gli strumenti della pulizia etnica dal secondo maggiore esercito NATO.

12705352 539984589494474 7555756247865664112 nI manifestanti – tra cui anche molti solidali tra militanti dei centri sociali, realtà politiche cittadine e collettivi studenteschi – sono riusciti a penetrare all’interno del cortile, nonostante l’intervento degli agenti della Digos, per ottenere un incontro con la redazione e chiedere una corretta informazione sulla resistenza del movimento kurdo che si riconosce nel Pkk e sulle violazioni dei diritti umani commesse dello stato turco.

Tra il fumo delle torce rosse, verdi e gialle (i colori dell’identità Kurda che Ankara vorrebbe cancellare) sono stati esposti numerosi cartelli e fotografie a testimonianza dei crimini commessi dell’esercito. Gli studenti del Collettivo Politico di Scienze Politiche hanno invitato Docenti e ricercatori dell’Università di Firenze alla solidarietá, firmando l’appello per la pace e la fine del genocidio in Kurdistan promosso dagli accademici turchi, molti dei quali finiti in carcere con l’accusa di terrorismo. La Comunità Kurda Toscana ha annunciato, inoltre, di voler festeggiare il Newroz (capodanno) di marzo proprio a Firenze, al CPA-Fi sud.

La guerra sporca di Erdogan contro i Kurdi inizia a seguito delle elezioni politiche del luglio scorso, dopo un periodo di relativa tregua tra Ankara e il PKK. Gli 81 seggi conquistati dall’HDP, frutto della coalizione tra le forze politiche Kurde e la sinistra turca, hanno sbarrato la strada alla vittoria assoluta ed ai progetti autoritari del “Sultano”. Approfittando dell’impossibilità di formare un esecutivo e della convocazione di nuove elezioni, Erdogan ha deciso di lanciare un’offensiva a tutto campo. Mentre i bombardieri turchi colpivano le postazioni del PKK in Iraq, iniziava il “coprifuoco” contro la popolazione nelle città e nei villeggi del Bakur, il Kurdistan “turco”.

La situazione che si vive oggi nelle quattro province Kurde è ben descritta nel comunicato diffuso stamattina. Intanto il PKK, l’unica forza impegnata in Iraq a combattere sul campo l’ISIS, è considerato organizzazione terrorista dai paesi NATO. Quegli stessi paesi che, insieme alle petromonarchie del Golfo, hanno invece finanziato, sostenuto e utilizzato le organizzazioni reazionarie dell’Islam militante per rovesciare il regime di Assad o, come nel caso della Turchia, per schiacciare la trentennale residenza del popolo Kurdo.

Di seguito il Comunicato Stampa diffuso dal Coordinamento Toscano per il Kurdistan – CTK e Comunità kurda toscana:
ROMPIAMO il SILENZIO – FERMIAMO il MASSACRO IN KURDISTAN!

Il 15 febbraio del 1999 un complotto internazionale consegnava il leader del Pkk Abdullah Ocalan alla Turchia. Da allora è in isolamento in un carcere di massima sicurezza; la questione kurda è tutt’altro che risolta.

Oggi, a distanza di 17 anni, il movimento kurdo che si riconosce nel Pkk continua a portare avanti il suo progetto di liberazione, estendendosi nel Rojava in territorio siriano, dove la resistenza dei kurdi all’IS ha suscitato attenzione e solidarietà a livello internazionale. Da oltre 6 mesi nel Kurdistan del nord, in territorio turco, è in corso una vera e propria guerra nei confronti delle città a maggioranza kurda, con 10.000 uomini del secondo esercito della Nato che assediano letteralmente i principali centri della resistenza che stanno sperimentando forme di autogoverno e autodifesa.

distretti nelle 4 principali provincie kurde sono sottoposti a coprifuoco totale (24h). Le città di Amed e Cizre, con una popolazione di oltre 2 milioni di abitanti, sono assediate da più di 2 mesi, sottoposte ad una vera e propria legge marziale, con i militari che prendono di mira chiunque osi uscire di casa, sia pure per cercare un po’ di cibo e acqua, o per portare in ospedale i feriti. Nemmeno alle ambulanze è permesso circolare, non è consentito ai familiari recuperare i corpi dalle strade, mentre quelli che muoiono in casa vengono tenuti per giorni nei frigoriferi domestici. Negli ultimi mesi i morti fra i civili sono stati centinaia, fra cui molti bambini. Si muore ogni giorno non solo a causa delle pallottole turche, ma anche di sete, di fame, reclusi negli scantinati di edifici crivellati da colpi di mortaio. Si muore bruciati vivi, come accaduto nelle ultime 2 settimane a ben 82 persone.

300.000 persone sono state costrette a lasciare le proprie case, mentre l’economia del sudest è messa in ginocchio nel tentativo di fare terra bruciata, spezzare la resistenza e realizzare il progetto totalitario e fascista di Erdogan: un partito, un leader, una bandiera, una religione, un’etnìa. Siamo qui oggi perché tutto questo avviene nel silenzio quasi totale della stampa internazionale, compresa quella italiana. In Turchia le libertà di stampa e di espressione, sia politica che culturale, sono di fatto inesistenti, e non solo per i kurdi. La repressione del dissenso nei confronti del “sultano” Erdogan permea ormai ogni aspetto della vita pubblica e privata.

Giornali, TV, social media di opposizione vengono continuamente chiusi o sottoposti a censura, oltre 70 giornalisti sono sotto processo ed alcuni rischiano l’ergastolo per aver svolto il proprio lavoro.

Centinaia di sindaci, parlamentari, membri del partito filo-kurdo HDP e dei partiti della sinistra turca sono oggi detenuti nelle carceri turche. Migliaia di accademici, registi, scrittori, sindacalisti, attivisti dei diritti umani, chiunque alzi la voce contro le politiche genocide e liberticide dell’AKP, subisce la stessa inesorabile sorte. Nemmeno lo sport si salva, con la squadra di calcio kurda Amedspor sottoposta a perquisizioni, multe e squalifiche per essersi data un nome kurdo e perché la sua tifoseria intona cori che chiedono la fine delle operazioni militari in Kurdistan. Noi non possiamo restare in silenzio. La Turchia è considerata dall’Italia, l’UE e da gran parte della comunità internazionale un partner affidabile con cui intrattenere relazioni politiche, proficui rapporti economici e una crescente collaborazione in campo militare. Tutto questo è reso possibile dal sostegno delle varie organizzazioni internazionali, UE e NATO in testa, e dalla corresponsabilità di tutti i governi delle cosiddette democrazie occidentali.

Per questo siamo qui oggi, per denunciare questo silenzio che equivale a complicità.Perché venga dato spazio, voce e solidarietà a coloro che ogni giorno si difendono da simili attacchi. Per chiedere con forza la liberazione di Ocalan e la rimozione del PKK dalle liste antiterrorismo.